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mercoledì 13 giugno 2007

Voce del Popolo: esuli e rimasti potere al dialogo

La Voce del Popolo 09/06/07

Settimo raduno Mailing List Histria : Esuli e rimasti, potere del dialogo


Esuli e «rimasti» potere del dialogo

Il settimo raduno della Mailing List Histria è vissuto su interventi di numerosi relatori. L'incontro, tenutosi a Palazzo Manzioli a Isola, ha fornito spunti, idee ed auspici per il futuro, ed è emerso quanto importante sia la collaborazione tra esuli e "rimasti" e l'impegno nella costruzione di un dialogo comune, che non dev'essere una mera utopia bensì un traguardo da raggiungere. Rispetto a qualche decennio fa, la realtà è mutata notevolmente, in meglio. La dissoluzione della Jugoslavia ha permesso un primo, per certi aspetti timido, avvicinamento tra le genti dell'Adriatico orientale che la storia aveva diviso, anche traumaticamente. Non sempre è stato possibile raggiungere gli obiettivi desiderati, complici anche le puerili diffidenze, le divisioni, ma anche le assurde etichettature affibbiate alle persone, o meglio alle istituzioni e/o associazioni che rappresentano, sia di qua sia di là dal confine – che tra breve verrà meno definitivamente –, che impediscono il riavvicinamento e la collaborazione, specialmente con la diaspora presente nel capoluogo giuliano.


Dalle comunicazioni esposte, invece, è emersa una posizione che esce dai tradizionali cliché. Le generazioni di "mezzo" ed i giovani guardano, per fortuna, con occhio diverso alla questione. Si tratta di una (ri)scoperta della terra dei loro padri e/o nonni, pertanto sono interessate alla storia, alla cultura, al territorio, nonché ad entrare in contatto con una terra che non è solo caratterizzata dalle tragedie del Novecento ma è anche e, sopratutto, luogo di interazione tra le etnie e le culture, che ha prodotto quella particolare civiltà adriatica, la cui componente romanza dette un contributo fondamentale, imprescendibile, che non si può ignorare. Ed il rispetto della storia, dei caratteri originari, poi, è un'altra dimensione che è emersa dagli interventi. Certo, non avrebbe alcun senso parlare di queste terre in senso "mononazionale", poiché la compresenza di più entità è una verità lapalissiana, ma al contempo è doveroso denunciare la storpiatura del passato, cioè la rilettura stereotipata ed artificiosa dei tempi andati – spesso in senso nazionalistico –, in quanto tendono a cancellare l'essenza di quella civiltà sorta lungo i lidi adriatici, che subì influenze reciproche, poiché a queste latitudini il mondo neolatino e quello slavo si intrecciano, e le popolazioni di quest'area, per secoli, hanno convissuto in armonia. Per non cadere nella banalità è importante sottolineare le dicotomie esistenti ed è fondamentale osservare la storia abbandonando quella che è la situazione attuale, completamente diversa dalla realtà del passato, anche da quello più vicino a noi. Sarà l'affermarsi delle coscienze nazionali a provocare le prime divisioni, e, soprattutto, i totalitarismi che funesteranno l'area senza risparmiare nessuno. Se la politica ed i nazionalismi avvelenarono gli animi, bisogna rammentare anche che le popolazioni autoctone – tranne qualche eccezione – non si divisero etnicamente. Le fusioni e la convivenza continuarono nonostante i soprusi compiuti dai regimi, e a testimoniarlo ci sono, in primo luogo, i legami di parentado.


Il Novecento adriatico è contraddistinto dalle violenze, fascista verso Sloveni e Croati e da quella comunista jugoslava nei confronti delle comunità italiane. È doveroso, anche, ricordare che in una dozzina di anni dalle coste dell'Adriatico orientale la componente italiana scomparve o quasi. La sparuta presenza italiana rimasta, ridotta ormai a piccola minoranza, oggi rappresenta i resti, la "testimonianza" di un popolo, non giunto per volere di qualcuno, bensì autoctono e sviluppatosi lungo questi lidi. La comunità "rimasta", indebolita in tutti i sensi, guarda con un certo interesse alla possibilità di creare dei rapporti con chi se ne è andato, e lo stesso si può dire anche con una parte degli esuli, e in modo particolare con i figli ed i nipoti di quest'ultimi, poiché vedono nei connazionali, oggi presenti in Slovenia e Croazia, un interlocutore con cui avviare un discorso, e al tempo stesso sono sensibili nei confronti delle sorti dei connazionali stessi.

La Mailing List Histria ha più volte sensibilizzato l'opinione pubblica del Bel Paese e il mondo della politica, presentando i problemi della minoranza, e ha fatto conoscere a quest'ultima la realtà degli esuli, non solo quella triestina – più o meno nota – bensì anche quella presente in un contesto più ampio. Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, che annullano le distanze e avvicinano terre lontanissime, abbiamo constatato che vi sono non poche persone disposte al dialogo, e perciò sono interessate a quanto viene tuttora fatto in Istria a Fiume e in Dalmazia a favore della lingua e della cultura italiana. È non è un interesse scialbo o ipocrito. Si tratta di donne e uomini che hanno un profondo legame con la terra d'origine ed auspicano pertanto di poter condividere qualcosa con coloro che in quelle contrade ancora ci vivono e testimoniano la presenza italiana.

Il concorso letterario che viene promosso da questo gruppo di persone, ed appoggiato da varie associazioni della diaspora, sono altresì un'ottima iniziativa culturale che sta dando interessanti risultati. Da quegli elaborati emerge che un mondo e una cultura sono ancora vivi, nonostante tutto e tutti. La cultura è un vettore eccezionale per trasmettere conoscenza e creare legami tra le persone. È importante continuare l'opera iniziata, cercando di intavolare un dialogo costruttivo: l'Europa dei popoli, della concordia e della collaborazione deve nascere per volere spontaneo delle persone che credono in ciò che fanno. Ogni forzatura, nata da esigenze "istituzionali", invece, rappresenterebbe solo una grande ipocrisia ed una perdita di tempo!


Kristjan Knez

Giornale di Brescia su Esuli e Rimasti

Giornale di Brescia 01/06/07

Gli esuli: sì al dialogo ma i beni vanno restituiti (2) Toth e Lacota ribattono alle tesi «minimizzatrici». La «rimasta» Nelida Milani: invitateci al Giorno del Ricordo Gli esuli: sì al dialogo ma i beni vanno restituiti

POLA (Istria)

«Tanti innocenti sono finiti in foiba come reazione all'italianità di questa terra. Ricordo i cittadini di Pola che si addentravano nella campagna a comprare cibo e non facevano più ritorno». Al circolo degli Italiani di Pola, Nelida Milani accetta, dopo qualche titubanza, di aprire il suo cassetto della memoria. Nella scrittrice istriana (autrice di "Una valigia di cartone" e, con Anna Maria Mori, di un capolavoro come "Bora") affiora il tormento dei «rimasti», degli incompresi da tutti: «Noi, figli di antifascisti, eravamo tra due fuochi, nell'impossibilità di una scelta di campo, perché appartenenti a entrambi i mondi, italiano e slavo. Oggi il tessuto umano e antropologico è completamente cambiato, i matrimoni misti hanno annacquato la tensione. Resta il fatto che i croati rappresentano un popolo appena statalizzato, non ancora abituato a fare i conti col passato, che usa il nazionalismo come autodifesa della propria identità». Ma è servito a qualcosa il «Giorno del ricordo»? «Sicuramente - si rianima la professoressa Milani -, perché ha avuto il merito di smuovere il dibattito, ora però bisogna fare in modo che la prossima edizione venga arricchita da convegni e tavole rotonde cui possano prendere parte anche storici croati ed esponenti della minoranza italiana Altrimenti il solco fra i due paesi si approfondirà». Già. Ma è facile immaginare il tasso di «infiammabilità» di questi confronti, vista la distanza siderale che la differente lettura della Storia frappone tra le due sponde dell'Adriatico. «Non scherziamo per favore sulle cifre - è il cortese invito che rimbalza dal telefonino del senatore Lucio Toth, presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia - perché ormai anche gli storici liberal e di sinistra concordano sul fatto che le vittime italiane furono almeno 5-6.000. Bisogna tener conto, poi, anche degli scomparsi, di quelli di cui non è rimasta traccia, che portano il numero totale dei morti a 15-20.000.
Quanto agli esuli, la cifra di 350.000 non ce la siamo inventata noi. Ne parlarono tanto De Gasperi quanto Tito, ma basta contare le schede degli assistiti dall'Opera Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 255.000. A questi vanno però aggiunti tutti quelli che non hanno avuto bisogno di passare per i campi profughi o che hanno scelto di andare in altri paesi, come Australia, Canada, Argentina L'indignazione di Toth raggiunge il picco quando si parla della natura del fenomeno: «Come si fa a negare che ci fu una ben studiata pulizia etnica, quando lo stesso Kardelj (strettissimo collaboratore di Tito, ndr) lo scrisse in un suo libro? Come far finta di non sapere che, specie nel 1945, vennero uccisi soprattutto quelli che non erano compromessi col fascismo, e quindi erano rimasti, ma semplicemente non volevano l'annessione alla Jugoslavia? Come negare le liste di proscrizione, con i nomi di 6.000 persone da eliminare?». Ma ci furono anche le feroci rappresaglie sulle popolazioni slave, gli ricordia- mo. «Quelle più grandi le hanno fatte i tedeschi, mentre tra i soldati italiani ci furono episodi di vendette in Montenegro e Dalmazia, come frutto di esasperazione per i massacri dei loro commilitoni. Perché far pagare gli italiani in Istria?

Taglia corto Massimiliano Lacota, presidente di un'altra associazione, l'Unione degli Istriani: «I gesti simbolici di riconciliazione, come avvenuto in Germania e Repubblica Ceca, fanno bene ai politici, ma non risolvono i problemi concreti. Mi riferisco alla restituzione delle proprietà confiscate agli italiani e in molti casi teoricamente ancora disponibili. Ci sono interi villaggi, paesi, strade completamente abbandonati, come a Portole, Montona, Momiano, Buie, perché la Croazia non vuoi sentire ragioni?». «Noi - va al nocciolo Lacota - siamo arrabbiati soprattutto con l'Italia, che ha pagato i danni di guerra alla Jugoslavia con i beni degli esuli, facendosi dare un mandato in bianco da chi partiva spinto dalla paura e dalla disperazione. Una grande truffa,
Un'altra immagine di profughi contraria ai trattati internazionali e che finalmente anche l'Onu ha riconosciuto, dandoci ragione». «La pulizia etnica - conclude il combattivo presidente dell'Unione degli Istriani, che a Bruxelles ha aperto un ufficio per seguire da vicino il "dossier restituzioni" aperto con gli uffici Uè - c'è stata eccome. Nessuno nega le colpe del fascismo, ma se sloveni e croati vogliono il dialogo devono riconoscere le loro responsabilità».

v.di.do